Distinguere il rischio storico dal rischio attuale e valorizzare il ruolo di filiere certificate, trasparenti e verificabili.
Il nuovo rapporto Deforestation made in Italy 2026, realizzato da Etifor e Università di Padova, riporta al centro del dibattito un tema che riguarda da vicino anche i consumi italiani: la deforestazione incorporata nelle filiere globali.
È un’espressione tecnica, ma il concetto è semplice. Molti prodotti che utilizziamo ogni giorno — alimenti, cosmetici, detergenti, materiali industriali, beni trasformati — possono contenere materie prime coltivate o prodotte in Paesi lontani. Quando queste materie prime sono associate, direttamente o indirettamente, al rischio di perdita di foreste o al degrado degli ecosistemi, una parte di quel rischio arriva fino ai mercati di consumo.
Il rapporto Etifor rende visibile questa connessione e aiuta a capire come le commodity comprese nell’allegato I dell’EUDR — caffè, cacao, soia, gomma naturale, legno, carne bovina e olio di palma — possano contribuire alla deforestazione incorporata nei consumi italiani.
Per l’olio di palma, il dato storico è significativo. Nel periodo analizzato, questa materia prima risulta associata a una quota rilevante del rischio cumulato di deforestazione incorporata. Ma allo stesso tempo, il rapporto mostra un’evoluzione importante. Dopo aver rappresentato, in alcune fasi, una quota nettamente superiore rispetto alle altre commodity considerate, il contributo attribuito ai frutti della palma da olio si è ridotto in modo marcato nel corso dell’ultimo decennio.
I grafici pubblicati nel rapporto mostrano bene questa traiettoria: nell’ultima fase analizzata, il peso della palma da olio si colloca ormai nello stesso ordine di grandezza delle principali filiere esaminate, come cacao, carne e pelli, legno e prodotti legnosi.


Un’evoluzione che conferma l’importanza del lavoro svolto negli ultimi anni sul fronte degli approvvigionamenti, della certificazione e della maggiore attenzione all’origine della materia prima, grazie al quale il contributo dell’olio di palma alla deforestazione incorporata italiana si è ridotto drasticamente.
Questa doppia evidenza — un peso storico rilevante, ma anche una riduzione progressiva — invita a una lettura più attenta e meno automatica, come sottolinea anche Mauro Masiero nell’intervista pubblicata su Il Bo Live, organo di informazione dell’Università di Padova, nell’articolo dedicato al rapporto.
Per molti anni l’olio di palma è stato uno dei simboli del dibattito sulla deforestazione tropicale. In Italia, in particolare, è diventato un tema molto esposto anche nella comunicazione al consumatore. Basti pensare a quante volte, negli anni, la dicitura “senza olio di palma” è stata utilizzata come messaggio immediato di rassicurazione.
Quel tipo di comunicazione ha avuto il merito di aumentare l’attenzione del pubblico. Ma, con il tempo, ha anche contribuito a semplificare un tema che semplice non è.
Oggi i dati disponibili permettono una lettura più matura. Il contributo dell’olio di palma al rischio di deforestazione incorporata nei consumi italiani resta rilevante se guardiamo all’intero periodo storico, ma si è ridotto in modo significativo nel tempo. Questa riduzione non dipende da una sola causa. Sono cambiati i flussi commerciali, sono cambiate alcune destinazioni d’uso, si sono rafforzati gli strumenti di sostenibilità e molte imprese hanno investito in approvvigionamenti certificati, tracciabilità e sistemi di controllo.
Il punto non è dire che il problema sia risolto. Non lo è. Il punto è riconoscere che il quadro è cambiato e che, per continuare a migliorare, servono strumenti più precisi di una semplice contrapposizione tra “con” o “senza” olio di palma.
Quando si parla di olio di palma, spesso si pensa subito ai prodotti alimentari. È comprensibile: il food è il settore più vicino al consumatore e quello in cui il dibattito pubblico è stato più visibile.
Ma l’olio di palma e i suoi derivati non appartengono a un solo comparto. Possono entrare in prodotti alimentari, cosmetici, detergenti, ingredienti oleochimici, intermedi tecnici e anche in impieghi energetici. In molti casi non si tratta nemmeno dell’olio come ingrediente riconoscibile, ma di derivati, frazioni o componenti utilizzati lungo catene di fornitura più articolate.
Questa distinzione è importante non per spostare la responsabilità da un settore all’altro, ma per evitare una lettura troppo parziale. Se una stessa materia prima attraversa più filiere, la risposta deve coinvolgere tutti i produttori, trasformatori, trader, utilizzatori finali, schemi di certificazione, autorità pubbliche e stakeholder.
Anche lo studio Food, biofuels or cosmetics? Land-use, deforestation and CO2 emissions embodied in the palm oil consumption of four European countries: a biophysical accounting approach., pubblicato nel 2023 su Agricultural and Food Economics, aiuta a leggere questa evoluzione. Il lavoro mostra come, nel tempo, i consumi europei e italiani di olio di palma abbiano interessato usi diversi, con dinamiche che non possono essere ricondotte a un’unica categoria.
Una delle risposte più immediate al tema dell’olio di palma è stata, per anni, la sostituzione. Togliere l’olio di palma da un prodotto e usare un altro olio vegetale è sembrato spesso il modo più semplice per ridurre il rischio.
In alcuni casi può essere una scelta possibile. Ma non è automaticamente una scelta più sostenibile.
Lo conferma anche lo studio A sustainable basket of vegetable oils for the European Union: Conservation trade-offs among consumption alternatives in the context of the EU deforestation regulation, pubblicato su Ecological Economics, affronta proprio questo punto. Gli autori analizzano i trade-off ambientali tra i principali oli vegetali utilizzati nel mercato europeo — palma, soia, colza e girasole — considerando non solo la deforestazione, ma anche biodiversità, carbonio, acqua e uso del suolo.
Il risultato è interessante. L’olio di palma ha una resa molto elevata e richiede meno superficie agricola per produrre la stessa quantità di olio rispetto ad altre colture. Questo è un vantaggio importante in un mondo in cui la domanda di oli vegetali continua a crescere. Allo stesso tempo, però, molte aree di produzione della palma si trovano in regioni tropicali ad alta priorità di conservazione, dove il rischio per foreste, biodiversità e carbonio può essere particolarmente sensibile.
Altri oli vegetali possono presentare criticità diverse. Possono richiedere più terra, essere coltivati in ecosistemi differenti, oppure spostare la pressione ambientale verso altre aree geografiche. In pratica, cambiare ingrediente non basta se non si conosce bene che cosa c’è dietro quel cambiamento.
La domanda giusta, quindi, non è soltanto: “Quale olio usiamo?”. Le domande da porsi sono più concrete: da dove proviene? È tracciabile? È certificato? Quali pratiche produttive sono state adottate? Sono state tutelate le foreste? Sono stati considerati biodiversità, carbonio, acqua e comunità locali?
In questa prospettiva, la sostenibilità dipende dalla qualità delle filiere non dalla commodity in sé.
Il rapporto Etifor ed i citati studi dell’Università di Padova richiamano la necessità di rafforzare azioni collettive, monitoraggio indipendente, attuazione dell’EUDR e impegno delle imprese verso filiere a deforestazione zero.
Sono tutti elementi centrali. Nessuno strumento, da solo, può risolvere la complessità delle filiere globali. Ma certificazione e tracciabilità rappresentano una parte importante della risposta, soprattutto quando sono integrate in sistemi più ampi di due diligence, controllo dei fornitori e gestione del rischio.
Nel caso dell’olio di palma, gli standard di sostenibilità hanno contribuito nel tempo a introdurre criteri più rigorosi, controlli, requisiti sulla tutela delle foreste, maggiore trasparenza e un linguaggio comune tra attori della filiera.
Il valore della certificazione sta anche nella possibilità di orientare il mercato, migliorare le pratiche produttive e rendere più verificabili gli impegni delle imprese. Questo vale in modo particolare per le catene più lunghe e articolate, dove il consumatore finale spesso non vede la materia prima.
Con l’EUDR, il tema della deforestazione incorporata entra in una fase nuova: non più solo impegni volontari, ma obblighi di due diligence, raccolta di informazioni, geolocalizzazione e valutazione del rischio per le commodity e i prodotti interessati.
Per le imprese, questo significa rafforzare procedure, dati e sistemi di verifica. Per le filiere che hanno già investito in certificazione e tracciabilità, può essere anche un’occasione per valorizzare il lavoro fatto e migliorarlo ulteriormente.
L’attuazione del regolamento dovrà però misurarsi con la realtà concreta delle catene globali. Nei prodotti trasformati, nei derivati e nelle filiere multilivello, la sfida non sarà soltanto raccogliere dati, ma renderli affidabili, coerenti e utilizzabili lungo tutta la catena di approvvigionamento.
È un percorso impegnativo, ma necessario. E sarà più efficace se costruito con un approccio collaborativo, capace di coinvolgere imprese, produttori, autorità competenti, schemi di certificazione e società civile.
Il rapporto Etifor ci ricorda una cosa essenziale: anche i consumi italiani hanno una responsabilità rispetto agli impatti ambientali generati lungo le filiere globali. È un messaggio importante, che non va né ridimensionato né trasformato in una lettura semplicistica o in una caccia alle streghe.
Per l’olio di palma, il quadro è articolato. Il rischio storico è stato rilevante, ma si è ridotto nel tempo. La filiera comprende usi diversi e livelli di trasformazione differenti. Le imprese hanno fatto passi avanti, ma il lavoro non è concluso. La sostituzione automatica con altri oli non garantisce, da sola, un beneficio ambientale. La vera differenza la fanno l’origine, le pratiche produttive, la tracciabilità, la certificazione, la verifica e il miglioramento continuo.
In altre parole, non basta eliminare un ingrediente per rendere sostenibile un prodotto.