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17/01/2021

Nuovo studio confronta gli impatti ambientali degli oli vegetali: nuova luce sulla sostenibilità dell’olio di palma

 

Un nuovo studio internazionale dal titolo “The environmental impacts of palm oil in context”, recentemente pubblicato sulla rivista scientifica Nature, mette a confronto gli impatti ambientali della coltivazione della palma da olio con quelli delle altre colture oleaginose, gettando una nuova luce sulla sostenibilità dell’olio di palma.

Dalle analisi degli autori, provenienti da 17 diversi paesi e guidati dal Prof. Erik Meijaard, recentemente intervenuto durante l’evento online – “Olio di Palma e SDG’s: Nutrire il Pianeta in modo sostenibile”, organizzato dall’Unione Italiana per l’Olio di Palma nell’ambito del Festival dello Sviluppo Sostenibile promosso dall’ASviS, emergono molti dati interessanti.

 

Gli oli alternativi all’olio di palma possono avere impatti ambientali negativi

Lo studio mette a confronto le varie colture da olio e l’impatto ambientale che ciascuna di esse ha sul pianeta. Gli esperti hanno analizzato i dati disponibili sulle coltivazioni di colza, soia, girasole ed altri oli alternativi all’olio di palma e confermano che tutte le colture hanno impatti ambientali e sulla biodiversità, in alcuni casi anche più importanti di quelli generati della tanto discussa palma da olio.

A livello globale, i circa 21,5-23,4 milioni di ettari dedicati complessivamente alla coltivazione della palma da olio sono responsabili di meno del 5% della deforestazione del Pianeta, anche se in alcune zone, come nel Borneo malese, si stima che le coltivazioni di palme da olio abbiano contribuito (dal 1972 al 2015) al 50% circa della deforestazione. Questo valore è equivalente alla deforestazione causata dalla soia, coltivata su un’area cinque volte più estesa (124 milioni di ettari). In ogni caso, gli impatti ambientali della soia, della colza e della palma da olio sono ben inferiori a quello causato dall’allevamento del bestiame, ad oggi, la principale causa di deforestazione.

Anche la colza impatta in modo notevole a causa dei quantitativi di fertilizzanti chimici utilizzati e delle emissioni di gas serra molto più alte a parità di olio prodotto. Lo stesso olio di cocco ha impatti ambientali importanti ed è causa di perdita di biodiversità nelle aree di produzione.

impatti ambientali

Olio di palma e SDGs

In generale, hanno osservato gli autori, l’espansione della palma da olio ha certamente avuto impatti ambientali importanti soprattutto in alcune regioni della Terra. Ma tali impatti devono essere considerati anche in relazione ad altri usi del suolo, comprese le materie prime di oli vegetali concorrenti, che hanno tutte le loro implicazioni per la biodiversità, le emissioni di carbonio e altre dinamiche ambientali. La palma da olio produce generalmente più olio per area rispetto ad altre colture oleaginose (da due a otto volte in più per ettaro rispetto a colza, soia, arachidi, noci di cocco o girasole), è spesso economicamente sostenibile in siti inadatti alla maggior parte delle altre colture e genera una notevole ricchezza per almeno alcuni produttori.

Non può essere trascurato il fatto che la palma da olio contribuisce allo sviluppo economico, migliorando il benessere di milioni di persone e per questi motivi, può essere una risorsa chiave per il raggiungimento di diversi obiettivi di sviluppo sostenibile fissati dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

Lo studio sottolinea quindi la necessità di effettuare ulteriori studi e ricerche anche sulle altre coltivazioni, in modo da poter effettuare valutazioni e comparazioni più precise che tengano conto di tutte le variabili in gioco.

“Gli accesi dibattiti sull’olio di palma si concentrano principalmente sulla prevenzione di una ulteriore deforestazione e perdita di biodiversità in paesi come l’Indonesia e la Malesia” ha commentato co-autore dello studio, il Prof. Herbert Prins del dipartimento di Scienze Animali dell’Università di Wageningen & Research in un recente articolo dal titolo eloquente: New light on the sustainability of palm oil. “Solo considerando la produzione di oli vegetali nel più ampio contesto della sostenibilità su scala globale, possiamo fare piani significativi per soddisfare la domanda futura”.

Nello stesso articolo, il Prof. Douglas Sheil, affiliato alla Norwegian University of Life Sciences di Ås e anch’egli co-autore della ricerca in esame, ha sottolineato l’importanza di acquisire una maggiore consapevolezza circa l’impatto sull’ambiente di tutte le colture senza dimenticare però di considerare il rapporto costi-benefici. Comprendere gli impatti delle colture oleaginose non significa solo ponderare le rese attuali e future rispetto alle prospettate esigenze di terra da coltivare ma anche capire come ogni ettaro coltivato impatta su ambiente e persone. Vanno considerati con attenzione tutti gli aspetti economici e sociali legati a queste colture.

 

“Senza olio di palma” avremmo bisogno di una superficie di terra coltivabile in più pari a quasi 7 volte quella dell’Italia

La domanda di oli vegetali potrebbe aumentare dell’1,7% annuo fino al 2050. Alla produzione attuale di circa 165 milioni di tonnellate si andrebbero ad aggiungere 3.86 milioni di tonnellate ogni anno, per un totale di 307 milioni di tonnellate. Immaginando di voler soddisfare tale domanda con l’olio di palma, in virtù di “una resa per ettaro di circa 4 tonnellate, tra il 2020 e il 2050 sarebbero necessari altri 35.7 milioni di ettari di piantagioni destinate alla sua coltivazione. Se invece provassimo ad immaginare lo stesso scenario con la soia il risultato sarebbe ben diverso. Infatti, avendo la soia una resa media di circa 0.7 tonnellate per ettaro, sarebbero necessari 204 milioni di ettari in più”.

Cosa accadrebbe quindi se si eliminasse l’olio di palma? Il fabbisogno di terra coltivabile per soddisfare la domanda di oli vegetali nel 2050 potrebbe aumentare di una superficie pari a circa 7 volte quella dell’Italia.

 

 

impatti ambientali

 

 

In conclusione, gli autori dello studio chiosano sottolineando come al fine di promuovere obiettivi globali di sviluppo sostenibile, sia quindi necessario abbandonare retoriche e campagne screditanti – che null’altro fanno a parte rallentare il processo risolutivo – per passare ad un approccio emotivo ad un approccio scientifico per valutare e comparare correttamente gli impatti delle diverse produzioni sulle risorse a disposizione.