
Barnaby Patchett
Managing Director, One Nine Nine
Per anni, il dibattito pubblico sull’olio di palma si è cristallizzato attorno a un unico concetto: l’olio di palma è dannoso.
La narrazione è semplice, emotivamente coinvolgente e incredibilmente persistente. Le immagini potenti della devastante perdita di habitat della fauna selvatica in Indonesia e Malesia, degli oranghi abbattuti dallo sconforto e delle coltivazioni monocolturali sorte dove un tempo c’era la foresta pluviale vergine sono state più che sufficienti a radicare questa visione nei media e nella mente dei consumatori.
Gli enormi progressi compiuti nel corso dei decenni per migliorare la sostenibilità dell’olio di palma hanno fatto ben poco, se non nulla, per modificare questa narrazione, almeno fino a tempi molto recenti.
Oggi, però, le cose stanno cambiando e, negli ultimi due anni, il dibattito ha cominciato ad arricchirsi di sfumature quanto mai necessarie. Il confronto sta diventando più maturo, man mano che molti iniziano a comprendere l’importanza dell’olio di palma proveniente da fonti sostenibili, segregato e certificato, la complessità delle catene di approvvigionamento globali delle materie prime e il numero crescente di normative pensate per proteggere gli habitat delle foreste pluviali in tutto il mondo.
Fondamentalmente il settore e, sempre più spesso, anche il pubblico, hanno riconosciuto che è la sostenibilità, e non il boicottaggio, la chiave per far progredire il dibattito.
Il movimento per l’olio di palma sostenibile non è una novità, ma gli sforzi per comunicare i benefici dell’olio di palma sostenibile hanno avuto molto meno successo rispetto ai cambiamenti positivi introdotti dall’industria negli ultimi due decenni.
Questo nonostante il fatto che la narrazione sia rimasta piuttosto costante per vent’anni.
La logica alla base del messaggio principale è sempre stata solida. L’olio di palma è l’olio vegetale più efficiente al mondo e fornisce il 35% dell’offerta mondiale di oli vegetali utilizzando solo il 10% della superficie globale destinata alle colture oleaginose.

Credit: IUCN
L’adozione di pratiche sostenibili ci consente di beneficiare dell’efficienza e della versatilità dell’olio di palma, minimizzandone al tempo stesso l’impatto negativo su persone e pianeta. Non scegliere l’olio di palma significa scegliere un altro olio, e l’impatto potrebbe essere significativamente peggiore. L’alternativa più sostenibile all’olio di palma è l’olio di palma sostenibile.
Quindi perché il messaggio non è riuscito a passare?
Abbiamo già accennato a una delle difficoltà: la narrazione anti-olio di palma era già consolidata e rafforzata da immagini fortemente evocative di paesaggi devastati e fauna selvatica sfollata e abbattuta. Questa narrazione si fondava su una realtà concreta: storicamente l’espansione dell’olio di palma è stata responsabile di tutti questi problemi, e ancora oggi le foreste pluviali vengono abbattute per far posto alle piantagioni di palma da olio.
Tentare di mettere in discussione questa narrazione mentre l’industria era ancora coinvolta in una deforestazione diffusa era inevitabilmente destinato a fallire.
Allo stesso tempo, anche chi stava facendo progressi era riluttante a contrastare quella narrazione. Molti dei principali attori del settore sono rimasti piuttosto defilati. Preferivano tenere un profilo basso e restare fuori dai riflettori, piuttosto che rischiare di comunicare progressi ancora imperfetti, seppur concreti, ben sapendo quanto fosse forte la narrazione anti-olio di palma.
Naturalmente, da parte di alcuni non sono mancati gli sforzi per parlare dei progressi compiuti. La RSPO e altri importanti attori del settore, come AAK, Daabon Group e KTC Edibles nel Regno Unito, hanno fatto da apripista per questo messaggio. Anche ONG come il WWF si sono fatte promotrici di un dibattito più articolato.
Lo Zoo di Chester ha lanciato la sua campagna per l’olio di palma sostenibile nel 2012 e da allora ha sviluppato una rete di partner in tutto il mondo per diffondere il messaggio della sostenibilità.
Ma se il messaggio della sostenibilità è riuscito a farsi strada nell’industria dell’olio di palma e in alcuni segmenti dell’industria alimentare, non è mai arrivato al grande pubblico, né al settore della sostenibilità in senso più ampio.
Per chi, come me, lavora nella comunicazione sull’olio di palma sostenibile dal 2008, i passi avanti nel cambiare questa narrazione sono apparsi terribilmente lenti. A volte ci si sentiva come Sisifo che spinge il masso su per la collina, con ogni passo avanti rapidamente annullato.
Quindi, che cosa è cambiato ora?

L’autore “all’opera” in una piantagione sostenibile di palma da olio.
Un importante catalizzatore del cambiamento nel dibattito sull’olio di palma è stata la legislazione europea, in particolare il Regolamento UE sulla deforestazione (EUDR).
Sebbene l’EUDR presenti senza dubbio delle sfide, uno degli effetti collaterali del regolamento e della sua attenzione alle materie prime legate alle foreste è stato mettere in luce quanto lavoro sia già stato fatto sull’olio di palma in termini di tracciabilità, sostenibilità e certificazione. E quanto l’olio di palma sia già avanti rispetto ai requisiti dell’EUDR rispetto ad altre materie prime incluse nell’ambito del regolamento, come cacao, caffè, gomma e soia.
Per la prima volta, l’olio di palma viene confrontato direttamente con altre materie prime, e ci si sta rendendo conto che i problemi vanno ben oltre l’olio di palma.
Questa rinnovata e intensa attenzione alla tracciabilità è ormai imprescindibile e sta trainando gli investimenti nel monitoraggio e nella trasparenza delle filiere in tutti i settori, con l’olio di palma in prima linea.
Al di là della normativa, anche il mercato stesso ha dovuto fare i conti con la realtà. L’olio di palma è semplicemente troppo produttivo, troppo versatile e troppo efficiente per essere sostituito su larga scala.
Mentre i produttori del settore alimentare e cosmetico devono far fronte a costi delle materie prime in forte aumento, l’argomento economico a favore dell’olio di palma sostenibile non è mai stato così forte. Per i produttori colpiti dall’impennata dei prezzi del cacao e dai raccolti scarsi, la rinascita dell’olio di palma è arrivata senz’altro al momento giusto, con McVitie’s che ha scelto il burro di karité e l’olio di palma per ridurre i costi delle linee di biscotti Penguin e Club.
L’olio di palma sostenibile non è solo l’opzione meno peggiore; in molte formulazioni è la scelta migliore per raggiungere allo stesso tempo obiettivi ambientali, sociali ed economici.
L’industria aveva bisogno di una piattaforma per portare avanti questo dibattito più articolato, ed è qui che organizzazioni come Sustainable Palm Oil Choice (SPOC) hanno svolto un ruolo fondamentale.
Riunendo gli stakeholder impegnati nell’uso, nella produzione e nel supporto all’olio di palma sostenibile, SPOC mette a disposizione fatti e strumenti per spostare la narrazione da “olio di palma = male” a una visione molto più complessa.
Per la prima volta dopo anni, l’industria dell’olio di palma sta parlando del proprio futuro non con un linguaggio difensivo, ma con un intento proattivo e positivo. Questo è più di una semplice vittoria comunicativa: è un passaggio necessario per radicare una sostenibilità autentica in una materia prima globale di importanza cruciale.
One Nine Nine
One Nine Nine è un’agenzia di marketing con sede a Leeds, specializzata in sostenibilità, alimentazione, industria manifatturiera e intrattenimento.
Tra i clienti del settore della sostenibilità figurano KTC Edibles, Momentive, Efeca, Lifecycle Oils, MosaiX e altri.
https://www.oneninenine.agency/
Fonte: Why the Palm Oil Conversation is Evolving
Articolo originale di Barnaby Patchett, Manager, One Nine Nine, pubblicato da Sustainable Palm Oil Choice e riprodotto con autorizzazione.
Traduzione a cura dell’Unione Italiana per l’Olio di Palma Sostenibile.